Stereotipi italiani all’estero | Les Ritals e Les Italiens

stereotipi italiani

Ritals e Italiens

Sto seguendo una web serie che parla di stereotipi italiani, creata da due italiani a Parigi che fanno delle gag molto divertenti sul modo in cui siamo visti dai francesi, o sui vari luoghi comuni Italia/Francia.

Questi due ragazzi sono i Ritals (di cui questo sopra è il loro primo episodio dedicato al nostro amato bidet), e stanno avendo un discreto successo, in quanto molti giornali ne parlano, non solo in Italia ma anche in Francia!

Pensando al termine “Rital”, ho scoperto che ha a che fare con i rifugiati Italiani (R-Ital = refugés italiens) che emigravano in massa in Francia e Belgio prima, e dopo la seconda guerra mondiale. Era usato in maniera dispregiativa dai Francesi.

Al giorno d’oggi a quanto pare è ancora usato ma in maniera simpatica, a detta dei francesi! Fatto sta che sinceramente non l’ho mai sentito, magari perché non abbiamo amici francesi, ma ci siamo sentiti chiamare più volte “Les Italiens“, magari credendo di essere simpatici ai nostri occhi.

Un giorno abbiamo fatto una riunione con l’altro corso di francese per discutere di cosa poteva essere migliorato nella scuola e nel metodo di insegnamento. A fare da moderatore è stato messo uno stagista più o meno di 20 anni, francese. È lui che ogni volta che ci vedeva ci chiamava “Les Italiens”. Ha avuto sempre quest’aria di superiorità nei confronti di tutti, ma guarda caso solo noi italiani (eravamo in 3 nel mio corso) eravamo additati come “Les Italiens”, mentre gli altri delle altre nazionalità (portoghesi, arabi, ecc…) erano chiamati per nome. La cosa ha iniziato a darci fastidio, e dopo un po’ non la trovavamo più così tanto simpatica, sopratutto quando si poneva in maniera fastidiosa nei confronti di persone più grandi di lui, facendo il saccente in alcune lezioni che ha cercato di tenere, in quanto non avendo esperienza non riusciva a non dire cose che non stavano né in cielo né in terra e si arrampicava sugli specchi o cambiava argomento se qualcuno glielo faceva notare o lo correggeva. Voleva avere ragione per forza lui, perché ne sapeva di più, avendo preparato lui la lezione.

Un giorno mi ha beccata un po’ girata di scatole. Era infatti l’ora di pausa e ne stavo approfittando per riposarmi un attimo, quando sento “ohhh les Italiens”. Alzo lo sguardo, lo fulmino ed esplodo dicendogli in francese (ormai mi so difendere anche in questa lingua): “Come mai ci chiami così? Non è carino da parte tua additarci come una razza, in quanto risulta offensivo, sopratutto quando abbiamo dei nomi. Pensa se io ti chiamassi il francese ogni volta che ti vedo!”. Lui non si aspettava di certo una reazione del genere e mi risponde, un po’ intimidito che ci chiamava così perché non sapeva i nostri nomi, ma che si scusava e che effettivamente capiva che non era una maniera carina di definirci e poteva invece chiedere come ci chiamavamo.


Stereotipi italiani

Ci sono tantissimi stereotipi italiani o  luoghi comuni. Molti li ho raccontati nel post pensieri dei francesi sugli italiani. La maggior parte si conoscono e sono i soliti dettati dal cibo (cappuccino, pizza, gelato, spaghetti), dalla politica (Berlusconi, “bunga bunga”, Renzi) e dalle criminalità organizzate (mafia). Ci sono poi quelli caratteriali, perché noi italiani siamo: persone inaffidabili, mammoni a 30 anni in casa dei genitori (anche chiamati bamboccioni), nullafacenti e senza voglia, eterni bambini, gesticolatori, sempre in ritardo, lavoriamo in nero, non paghiamo le tasse o ne paghiamo poche, da noi la crisi non esiste, siamo ricchi perché non paghiamo le tasse, ci lamentiamo per tutto e siamo sempre insoddisfatti.

Se ci sono questi stereotipi italiani, bisogna anche capire da dove proviene tutto questo. Se una persona si comporta da “luogo comune” all’estero, è poi normale che non solo quella persona, ma anche tutti gli italiani, vengano additati così. Si fa insomma di una persona uno stereotipo.

Un classico esempio ci è accaduto sempre durante quella famosa riunione di cui ho raccontato sopra. Tutto è partito da una ragazza che si lamentava del fatto che “alcuni” del suo corso arrivavano in ritardo, disturbando la lezione che era già in pieno svolgimento. Una delle persone ritardatarie si fa avanti affermando di arrivare in ritardo perché è italiano! Noi, tre italiani, proprio nei banchi dietro di lui, gli chiediamo il perché di un’affermazione simile, e risponde “l’Italia nell’ultimo anno mi ha lasciato a casa senza lavoro. Non uscivo, non vedevo nessuno e non avevo voglia di fare niente, quindi mi sono abituato così…ed è colpa dell’Italia perché fa perdere la voglia alle persone. Ed è per questo che arrivo in ritardo. Inoltre voi siete razzisti!”.

Ho chiesto allora se era realmente italiano, perché un originario italiano non può avere un’idea di razzismo nei suoi confronti e sopratutto mi sembrava così strano che desse la colpa ad un Paese per un suo ritardo. Risponde che nella carta d’identità c’era scritto che è Italiano. A quel punto siamo esplosi tutti quanti, con il “moderatore” francese che diceva che in Italia si usava così ma essendo ora in Francia non doveva preoccuparsi perché è diverso e ogni paese ha la propria mentalità, mentre noi cercavamo di far capire a tutti loro che in Italia non funziona così. Abbiamo affermato che non è nella cultura italiana arrivare in ritardo, anzi, molti di noi sono stati abituati ed educati a presentarsi non solo in orario, ma anche con largo anticipo agli appuntamenti. Conferma che veniva data non solo da noi, ma anche da alcuni francesi con origini italiane, che avendo il padre italiano, sono stati educati molto bene, non di certo ad essere ritardatari. Inoltre abbiamo concluso che noi siamo stati anche più di un anno senza avere un lavoro in Italia, eppure la voglia di fare non ci ha fatto di certo restare in casa, altrimenti non avremo lasciato la nostra terra per venire fin lì. Sopratutto non davamo la colpa all’Italia per il nostro modo di essere o la nostra educazione. Alla fine il ragazzo in questione è tunisino ma è nato e in Italia.

Così facendo effettivamente non si fa altro che incentivare gli stereotipi che noi stessi esportiamo all’estero, facendo apparire “gli italiani” come persone inaffidabili, ritardatarie, ecc… Essendo già i francesi stessi timorosi di cadere nei tranelli di chiunque, non si fa altro che fargli avere una sorta di diffidenza nei nostri confronti e da qui magari anche fargli avere la paura di affittarci una casa, o fare amicizia facilmente.

L’altro giorno ci è stato detto che ci può essere un doppio senso in ogni cosa, e che non ci si può fidare di nessuno. Non fidarti del tuo capo, parla male alle sue spalle, ma osannalo e prostrati ai suoi piedi quando ti ci trovi di fronte. Non fidarti dei tuoi colleghi, sono pronti a farti lo sgambetto e correre dal capo al tuo primo errore. State attenti sopratutto alle prove scritte, come e-mail o messaggi, perché potrebbero essere usati contro di voi durante una promozione o licenziamento. State attenti alle agenzie di assicurazioni perché di solito mettono una signorina scollata per far abboccare il cliente, che non capendo niente, firmerà il contratto senza leggere. State attenti alle banche, vogliono solo i vostri soldi e cercano di vendervi di tutto a vostro discapito. State attenti anche agli affetti più cari, amici, marito/moglie, figli, perché potrebbero voltarvi le spalle da un momento all’altro!

Insomma miei cari francesi, non vi preoccupate, noi Italiani non siamo “tutti così”, come credo non siate “tutto così” nemmeno voi, ma sopratutto non vogliamo fregare nessuno, ma vogliamo semplicemente cercare di farci uno spazietto nel vostro mondo, rispettandovi! Però, vorremmo che questo fosse reciproco, perché il rispetto è sempre un dare e avere! E non fate di tutta l’erba un fascio, perché prima di additare qualcuno, o prima di giudicarlo, bisogna capire e sapere cosa ha vissuto, il mondo è bello perché è vario! Questa però è una presa di coscienza che effettivamente potrebbero e dovrebbero avere un po’ a tutti, non solo i francesi. Mettersi nei panni degli altri e ascoltare la loro storia, prima di giudicare, capendone il perché!

Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi